mercoledì, 02 luglio 2008, ore 17:03

L'unica cosa certa in questo momento è che... non so cosa scrivere, ne avrei tanto ma non so cosa e non so come. Mi sono permesso di usare frasi fatte per far capire il mio pensiero, eppure non so mettere in pratica quello che ho detto ad altri. Non so farlo. Persone fantastiche provano spesso a tirarmi via da dove sono, con lucida razionalità e sentimento vero, senza riuscire in modo evidente, e lo sanno, ma lo fanno lo stesso. E so anche di essere un peso in occasioni simili, mi sento un peso anche per me stesso in situazioni simili, ma lo star solo mi fa solo rigirare per notti intere, a ricordare, a rompere sogni, a infrangere speranze che non mi mollano nemmeno di fronte all'evidenza dei fatti. Resto un illuso, come sempre è successo in tutto questo tempo, in tutta questa vita. I sogni sono belli, ma si arriva a un punto in cui si deve cercare di renderli reali oppure svegliarsi e tornare alla realtà, altrimenti diventano incubi, quelli che ho ora, quelli che so avrò ancora, non so per quanto. Perché alcuni ritmi sono tornati quelli di sempre, ma non è così che funziona, non è così che si dimentica. Mi fa anche un po' male sentire le solite voci dare i soliti consigli, o ancora le frasi di chi ha capito tutto della vita, ma che in realtà non vede a un palmo dal suo naso. Mi accorgo anche io di non aver capito niente, di capire sempre meno, di essere sempre andato a sensazione, d'impulso, d'istinto, in tutto quanto, forse per questo sbaglio sempre, anche quando sento di aver visto giusto. Per questo anche io ho sempre dei dubbi, il dubbio è il mio costante compagno di viaggio, quello che sa proteggermi e anche farmi cadere, quello che mi dice "non lo fare" e anche "dovresti farlo". Ma anche lui conta e non conta. Pensieri notturni non miei che si muovevano veloci mi dicevano cose che chissà come avevo già pensato, razionali e istintivi allo stesso tempo, spedendomi a chiedere a me stesso se fosse vero che alcune cose imploravano risposte che non avevo dato. In effetti c'erano diverse frasi che urlando chiedevano risposte ben precise, che io in effetti mi sono rifiutato di dare, e ne sono consapevole. Ma non dovevano essere le mie risposte, non dovevo essere io a rispondere. Come solito io sono il surplus, non è da me che si parte, posso essere una meta, un obbiettivo. Potevo esserlo, ma non lo sono mai stato, forse nemmeno lo sarò mai. E un altro viaggio inizia, come già in passato è successo, ma questo silenzio non l'avevo mai sentito. Un'altra volta a combattere col niente, fino allo sfinimento. Questo sfinimento. Il mio.
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sabato, 28 giugno 2008, ore 00:27

Sono veramente stanco.

Stanco di violentare me stesso per non far preoccupare una madre apprensiva.
Stanco di vedermi in un piccolo mondo dove ho molto, moltissimo, ma non abbastanza.
Stanco di essere considerato una via di mezzo, né carne né pesce.
Stanco di dover dare sempre dimostrazione di qualcosa.
Stanco di vedere che da me ci si aspetta qualcosa.
Stanco di non poter dare sicurezza.
Stanco del fatto che ci si aspetta che io la dia a chi non ne ha nemmeno per se stessi.
Stanco di essere un punto di riferimento, una tappa, un aiuto.
Stanco di non essere quello che gli altri vogliono che sia.
Stanco di ripetere che io non sarò mai come mi si vuole, ma solo quello che sono.
Stanco di darmi addosso perché lotto e mi contorco senza mai un risultato.
Stanco di sentirmi rivolgere battute scontate su una mia vita che pochi comprendono.
Stanco di riderci su perché altro non posso fare.
Stanco di considerare chi mi ritiene limitato illimitatamente idiota.
Stanco di aiutare chi non vuole essere aiutato.
Stanco di amare incondizionatamente chi invece mette delle condizioni.
Stanco di sentirmi dire che non so aiutare, perché forse è vero.
Stanco di non poter dare poco, posso dare molto, oppure niente. Poco non mi appartiene.
Stanco di mettere fretta, allora rallento e mi fermo. E cambio strada.
Stanco di essere messo alla prova.
Stanco di avere ricordi e sogni che valgono niente.
Stanco di paure che non vengono affrontate.
Stanco di silenzi che urlano e mi fanno male.
Stanco di parole che valgono un giorno e l'altro no.
Stanco che le mie parole vengano considerate in questo modo, le mie valgono uguale oggi, domani, fra un anno.
Stanco di nascondere me da me stesso.

Di una cosa non sono stanco: di vivere quello che sono.
Faccio errori, faccio cazzate, dico stronzate, scrivo boiate come ora, ma le faccio tutte perché sono vivo.
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lunedì, 23 giugno 2008, ore 00:23

Giornate strane, sensazioni strane, adrenalina accumulata dà dolori a un corpo sotto stress, una mente che fugge, un cuore indeciso, e fuggire col corpo serve a ben poco. Ma fuggire con la mente ancora meno. Cadere fa male, ma ci si alza e si continua. Lo faccio da sempre, in ogni senso.

Qualcuno dice che quello che non ti uccide ti rende più forte. Sembra talmente vero da farmela considerare una gran cazzata. Quel che non ti uccide cambia la tua percezione delle cose, ma non ti rende più forte. Forti non lo si è mai, non in assoluto. Si impara a difendersi forse, ma non si è mica più forti di prima, solo più... preparati. Ma questo vuol dire anche essere meno ingenui, e assaporare meno le cose, goderle meno.

A volte mi faccio trasportare da cose che sono luoghi comuni, cose inculcate, cose... banali. Razionalmente mi rifiuto di crederle, inconsciamente mi vengono in testa, perché sarebbe facile, è semplice scaricare su altri o su altro cose che invece dipendono solo da me. E invece me ne prendo la responsabilità se devo farlo, ma non per questo rinuncio a fare quello che mi pare, quello che sento, quello che mi va, quello che ritengo più giusto o semplicemente più... mio.

Ma col cuore, col corpo, con la mente, con tutto me stesso, che gli altri siano d'accordo o no, le faccio e basta. Io decido la mia vita, fintanto che mi ritengo capace di farlo, e se sbaglio ho deciso io, ma mai mi sono pentito di qualcosa, perché tutto quel che ho fatto finora l'ho fatto perché mi sentivo di farlo. Recriminare? Rimpianti? Rimorsi? Non mi appartengono, raramente guardo al passato, tutto quello che mi è successo finora, che dipendesse da me o no, mi ha insegnato sempre qualcosa, a volte ricado in scelte che so bene a cosa portano, ma non mi importa niente, perché se faccio una cosa sono convinto e deciso di farla perché la ritengo consona a quello che sono, a quello che ritengo di essere.

Alcune percezioni delle cose hanno subìto stravolgimenti, altre invece sono rimaste ferree, ma tutto ruota intorno a quello in cui io credo e sento, percepisco, tocco, vedo, gusto, intuisco. Ho un mio modo di vivere le cose, non mi interessa se vengo capito, se vengo considerato un sognatore, uno stolto, un idiota, un bastardo. Mi è stato chiesto chi sono. Sono tante cose e nessuna, ma so esattamente cosa sento e voglio, ogni giorno, ogni minuto.

Non voglio essere e non sarò mai niente di diverso da quello che sento, poco importa che in questi occhi camaleontici molti non riescano a leggere e altri ci vedano un mondo. Poco importa se alla luce sono una cosa, al buio sono un'altra, l'iride è solo una porta che si spalanca o si chiude, non ha importanza di che colore è, conta quello che c'è dentro. E quello che c'è dentro non ha colore, non ha massa, non ha sostanza, ma soprattutto non è diviso, è un tutt'uno, e fa quello che vuole, sempre e comunque.

E non c'è giusto o sbagliato, non c'è bene o male, c'è solo il sentire, il mio sentire, qualunque cosa porti, piaccia o non piaccia.
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sabato, 14 giugno 2008, ore 00:01

La mia anima nera sta sempre qua. Non riesco davvero, non sono più capace di ricambiare un sorriso, perché quello mi da tante cose, cose che non ho, o non ho più, e che forse non avrò mai, e non so vivere allo stesso modo di prima, prima che lo vedessi e lo sentissi. E' dura, mi rendo conto che nemmeno riesco a star zitto, a ignorare, io ci avevo creduto e volevo dare molto, ma non riuscivo a dare abbastanza. Non riesco a sorridere sapendo che poi piangerò. Ora lo capisco meglio, meglio di prima, quando mi bastava poco per toccare la luna. Non so sorridere sapendo che poi essa sparirà nuovamente dietro l'orizzonte, quando io non sarò più visibile, quando lei non lo sarà per me. Mi sento un po' come nel film Lady Hawk. Mi è stato detto che sto scappando. Forse è così, forse ora è il mio turno. Ma questo lupo gironzola sempre qua intorno, più sfuggente forse, più preso dal suo essere animale, dal dover fuggire la gente, le superstizioni, i danni che provoca quando morde, perché morde. Ma sta qua, non è poi così lontano, almeno per ora. Fino a quando non dovrà fuggire davvero. Fa proprio male vedere speranza quando si vede la mia ombra e non poterla alimentare come prima, qualcosa ha infettato ferite che non guarivano ma nemmeno peggioravano. Un guaito, e la fuga. Ma non so star lontano da qui. Dietro quegli alberi, dietro quel cespuglio o quella roccia, due occhi lucidi osservano. Dietro la solita maschera di cera, impenetrabile ai più.
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domenica, 01 giugno 2008, ore 23:49

Metà di me ha pensato.
E non ha capito niente di più di quello che già sapeva senza saperne il motivo.


L'altra metà di me, quella oscura, ha scritto parole che già sapeva anche lei.

Forse servirà a poco ormai, ma non cambia le cose.

Ho due metà, e tutte e due sono irrazionali.
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venerdì, 23 maggio 2008, ore 00:34

Fantasmi che conosco già tornano a volte a farmi visita, specie nei silenzi del mio non vivere. Me li porto appresso da sempre, ma stanno sempre in sordina a bisbigliare. Quando decidono però di venir fuori solitamente c'è silenzio, quando l'Essere Nero che mi porto dentro fa calare il buio. Passare dalla molta luce alla penombra è sempre un po' inquietante, e vado a volte a pensare cose che trasmetto a chi magari sa che sono senza luce e non può farci nulla. E non vorrei. Fantasmi infidi e velenosi che però poi spariscono al primo raggio di luce, anche nel pieno della notte, purché sia luce. Attese infinite di eventi lontani dal piccolo mondo accentuano suoni e urla del mio non essere, del mio non sentire, del mio non vivere dentro a luoghi e tempi che non mi appartengono. Quel che muove il tam tam perpetuo mi da anche forza per attendere un sogno che aleggia imperterrito dal tempo del mio percepire senza capire, come un volano che mi sostiene quando credo e penso che non è per me il poter dare quel briciolo di bello che si pensa io possa avere. Tutto va contro e tutto sembra fermo, eppure va avanti, come il tempo che passa lento nel silenzio e va veloce nel sospiro. E io qua a partorire pensieri che dicono niente e dicono vita, sollevando impercettibilmente labbra e guance all'immagine di chi piega la testa per immergersi in tutto questo senza bagnarsi, immagine di cui tanto senso di vuoto e di inutilità mi fa invadere il sangue.
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mercoledì, 21 maggio 2008, ore 00:40

Mi ci sento proprio, circondato da tanti ma in fondo sempre solo, con un'anima che urla in silenzio e una luna che sa sentirmi ma è lontana. Vedo sorrisi che stanno a distanza, perchè sanno che non mi si può avvicinare troppo, i rischi di un morso che ti stacca la mano sono troppi, troppo selvatico, troppo randagio, troppo imprevedibile. Solo chi è come me sa capire cosa ho, cosa mi spaventa, cosa mi fa star bene. E io so stare bene, e a volte riesco anche far stare bene altri. Bello da vedere, misterioso, mai domato. Quando si pensa di aver capito come sono riesco ancora a stupire, a incutere timore, a spaventare e allontanare. Si, sono selvatico, sono solitario, sono capace solo di spaventare, e da me bisogna stare lontani. Sempre, anche ora, sopratutto ora.
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lunedì, 19 maggio 2008, ore 00:43

Ho sognato, ma anche no.

Molti sognano, ma altro non possono.
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mercoledì, 07 maggio 2008, ore 00:35

E la luna torna a splendere, qualche nuvola, ma il vento d'alta quota la porta via in fretta. E' bello guardarla da quaggiù, ma si dice che andarci le faccia perdere tutta la sua carica romantica. Ma io mi ci sono avvicinato, ci sono andato, e non è così. Un astronauta non lo sa che bisogna "sentirla", bisogna viverla per sapere cosa si prova. Con la tuta e la navicella non la si può capire, bisogna saperci respirare, bisogna saperci vivere, bisogna lasciarla così com'è, non cercare di modificarla, altrimenti scappa a nascondersi al buio, e mostra di se solo uno spicchio. La tuta non serve, serve essere come lei. O lo si è o non ci si vive. E se non ci si vive la si può solo guardare da lontano, ma allora non sarà mai luna piena.
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lunedì, 28 aprile 2008, ore 09:55

Giorno di festa, la bimba mi porta via.

Giornata intera in ballo di gruppo, ma solo con me stesso, montagna e mare, e sole.

Pensieri lontani e opprimenti.

Divertimento e spensieratezza, per un pò.

Mancanza e malinconia, per un altro pò.

Strada veloce, pensieri di pari passo.

Casa, zainetto, ancora strada.

Mega cena, alla faccia della dieta.

Persone, cagnara, chiasso, gente nuova, spirito unito.

Notte tranquilla, relativamente, tanto sonno, tanta stanchezza.

Doccia, colazione, divisa, concorrenti, tanto sole e tanta polvere.

Panino a pranzo.

Altro sole, altra polvere.

Rientro, riposo, telefono, tanto telefono.

Altra mega cena, altra mega dormita.

Doccia, colazione, divisa, altri concorrenti, meno sole e meno polvere.

Altro panino a pranzo, pochi interventi e tutti di scarsa rilevanza.

Rientro, saluti, bimba, strada veloce, pensieri veloci.

Doccia calda scioglie e si porta via la stanchezza.

Sirena, cicciona, telefono, tensione palpabile.

Sollievo, ma non troppo, si sente.

Paura, la solita, la regalo e non voglio.

Incomprensione, perchè questo è.

Cena, parenti, mente altrove, altro spazio e altro tempo.

Cicciona, giro in macchina, biliardo, tanto biliardo.

Ore piccole, al solito, mondo strano spostato di qua.

Pensieri e parole sulle dita, partono, non so quando arrivano.

Letto, piumone, calduccio, musica, pensieri che si sciolgono e si riannodano.

Buio.
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