lunedì, 19 maggio 2008, ore 17:20

E' successo di nuovo, ma ormai sto diventando bravo. Che io abbia un caratteraccio è risaputo, che io mi accorga a pelle di cosa pensa la gente di me molto meno. Comunque qua in ufficio io sono il pazzoide rompiscatole intrattabile nevrotico, e questo è un dato di fatto. Così l'altra mattina, mentre smanettavo sopra una stampante da aggiustare con un difetto piuttosto strano, la segretaria viene e mi chiede a che punto è. Le dico che ci sto lavorando. Mi incalza e mi dice che è urgente. Lo so che è urgente, e ripeto che ci sto lavorando. Insiste: "Guarda che ci ha detto che gli serve subito perchè ha delle cose da stampare prima possibile". Sento una arteria nella tempia che comincia a chiudersi, il cervello entra in debito d'ossigeno, ma ribatto tranquillo che sto cercando di fare il prima possibile. Faccia stranita, come se non fosse contenta della risposta, e torna alla sua postazione. Passa un'ora e torna alla carica, mi chiede nuovamente, quasi scocciata, a che punto è la stampante. Divento nervoso, e a me si vede lontano due chilometri. Dico che ci sto ancora lavorando, lo dovrebbe pur vedere, il mio banco è ingombro dei pezzi della stessa, ma vabbè. Al mio rispondere non proprio pacato mi dice di darmi una calmata con aria ancora più stizzita (d'altronde sanno come va a finire poi, non sono un rompiballe mica per dire...). Il mio problema è che forse non ho proprio mezze misure, o sono calmo oppure mi girano. E hanno cominciato a girare. Ancora più nervoso replico che non sto giocando, ci sto lavorando. Così mi tornano alla mente cose già vissute. E' ormai evidente, da diverso tempo, che qua la gente pensa che io passi il tempo a grattarmi, a ciondolarmi nella sedia o a giocare al pc. D'altronde avevo avuto un paio d'anni fa una discussione anche col genero del capo, avevano mandato lui in avanscoperta perchè con me non si può discutere, ho sempre e solo torto e niente motivazioni (o forse è che replico e questo non va bene per chi è convinto di aver ragione?). E mi era stato detto che davo l'impressione di essere svogliato, di non fare niente in ufficio e di darmi una mossa col lavoro. Peccato fosse un periodo di stanca, un periodo in cui arrivava poco lavoro e tutti erano nervosi perchè le cose non andavano benissimo, e quindi fosse normale prendersela con quello che "rendeva" meno. Al mio replicare con lui le mie ragioni, in tutta pacatezza seppure le cose che gli avevano detto di dirmi ha visto anche lui quanto reggessero poco, tutto era tornato alla normalità, se così la possiamo chiamare. Ma nell'aria quel pensiero, quegli sguardi e quelle attenzioni a quel che faccio sono rimasti. Così quando la segretaria mi ha incalzato come se io non stessi facendo il possibile per risolvere un problema ho reagito male, ho detto che se era convinta che stessi giocando mi stava benissimo, e ho chiuso il discorso. Ha provato a dirmi qualcosa, come si fosse accorta che forse non era proprio come diceva, ma non è servito. Il problema è stato risolto, io ho tenuto i contatti col cliente, io ci ho parlato e ho spiegato bene come stavano le cose, e la cosa comica è che il cliente non aveva tutta la fretta che invece mi metteva addosso lei, aveva premura, come qualsiasi cliente, ma quando gli ho parlato ha anche capito la situazione. Adesso lei è fredda, un ghiacciolo al confronto brucia. Forse dovrei andare a chiarire, forse dovrei cercare di calmare le acque. Ma non lo faccio. Lei, come altri, è tra le persone che tempo addietro aveva fatto la stessa cosa quando i rapporti col mio collega si erano raffreddati. Senza motivo apparente, o forse si, semplicemente riteneva giusto quello che diceva il collega, d'altronde era l'unica campana che si sentiva visto che io non parlavo della cosa, quando ho cercato di farlo l'ho fatto col collega stesso, non mandavo certo gli altri a dire le cose. Stavolta siamo punto e a capo. Le passerà, se le vuol passare, altrimenti pazienza. Sopravviverò senza di lei? Qua qualcuno non ha capito che qui non siamo amici, siamo colleghi. Forse sarebbe meglio se andassimo d'accordo, ma ho altre priorità, io ho i miei scazzi, lei i suoi. Mi tengo i miei.
viruslibero
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mercoledì, 14 maggio 2008, ore 15:56

Perchè finisco per sentirmi in colpa anche se so bene che non deve essere così? Episodi passati hanno portato un rapporto a essere in un primo momento buono, poi ad essere di maggiore confidenza, infine ad assumere sembianze di amicizia. Le cose sembravano andar bene, ma la troppa confidenza a volte genera aspettative, e le aspettative abbassano le difese e scoprono settori vulnerabili, talmente vulnerabili che sono stati colpiti da cose futili e idiote. Sul momento sembrava finita là, mi sono detto che no, non ce la si poteva prendere per una cosa simile. Eppure è stato così. Da buon cinico e stronzo mi adeguo alle situazioni pur senza volerlo, però quando prendo posizione poi è dura, molto dura spostarmi. Così per qualche anno quello che sembrava un bel rapporto è diventato indifferenza quasi totale, parole spiccicate e forzate, forzate dal vedersi ogni giorno perché si fa parte di quell'ambiente e si deve collaborare. Tutti si sono accorti, tutti hanno provato a parlarci, prima con la controparte, poi con me. Pian piano il gelo d'oltreconfine si è sciolto, ma di qua è rimasto, eccome se è rimasto, e per lungo tempo anche. Tanto che alla fine sembrava che la colpa di tutto fosse addirittura la mia perché rifiutavo ogni tipo di approccio che andasse oltre discorsi che non riguardassero l'ambiente. E non me ne importava niente, come al solito. C'è voluto molto tempo, molto, però le cose alla fine sono migliorate di parecchio, ma ovviamente non può essere più come prima. Così adesso mi ritrovo a sentire nuovamente confidenze, cose private, cose personali, inviti in casa, trattamenti gioviali e  sereni, ma il muro rimane ben saldo. Me ne dispiace, un po' mi sento in colpa per non dare quanto ricevo, ma è già successo e non risuccederà. E non è colpa mia, non l'ho voluto io, tutti fanno degli errori, ma dagli errori si impara, si impara a proteggersi, si impara a non rifarli e a non recare danno, e io non ho tempo né voglia di richiudermi come avevo già fatto. Peggio per me, peggio per lui.
viruslibero
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giovedì, 27 marzo 2008, ore 01:11

Piccoli segni di colei a cui voglio un bene dell'anima mi rimangono appiccicati addosso, e a volte si vedono.
Qualcuno non li nota, qualcuno li nota e sta zitto, forse per rispetto, forse perchè sa che sono una persona particolare e certe bizzarrìe appartengono al mio modo di essere.

Qualcuno durante la pausa caffè invece mi chiede.

"E quello cos'è?"

"Ma niente, me l'ha fatto la mia amica"

"Ah, QUELLA amica?"

"Si, quella, me l'ha fatto quasi per gioco, mi ha detto di tenerlo, e lo sto facendo"

"Lo sapevo io, questo è solo l'inizio, si comincia così e poi..."

"E poi cosa?"

"Eh, lo sai, l'amicizia fra uomo e donna non esiste, vedrai che voi due prima o poi..."

"Lo sai? Un pò mi fai pena e mi dispiace, davvero, perchè non credo arriverai mai a capire una cosa simile..."


Forse dovrei provare a frenare la lingua, ma dire le cose come le penso, anche se a volte rischio di far male, ce l'ho di indole, e non mi importa se alla fine posso risultare offensivo.
Forse sono uno stronzo, o forse no...
viruslibero
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mercoledì, 13 febbraio 2008, ore 10:20

Da rompipalle patentato quale sono anche oggi non è mancata occasione di venire a sapere che il babbeo ne ha detta un'altra delle sue.

Scene viste e riviste, con lui è un deja vu continuo e noioso, ma a volte riesco ancora a ridere di quest'uomo.

Ieri mattina sono arrivato in ufficio e subito mi sono messo a lavoro su un computer da preparare urgentemente per un cliente e su cui lavoravo già dalla sera prima, ed ero già stato "pressato" dal capo, dalla segretaria, dalla figlia del capo e dal cliente stesso per fare il più in fretta possibile.
Il babbeo (figlio del capo nonchè futuro proprietario dell'azienda, ahinoi) è arrivato poco dopo e ha chiesto ai colleghi come fossero messi col lavoro perchè c'era da andare a farne uno ugualmente urgente dove servono persone per far prima. Dopo l'ok dei miei colleghi viene anche da me a fare la stessa domanda.

Babbeo - Come sei messo col lavoro? (fantasia eh?)

Io - Ho da finire questo di tal cliente che aspetta urgentemente...

Babbeo - E quanto ci metti?

Io - Sinceramente non lo so, ho appena formattato, va installato, configurato, reinmessi i dati salvati, insomma, c'è un pò da fare...

Babbeo - Ma lo finisci per stamattina?

Io - (Ma parlo arabo o cosa?) Non lo so, te l'ho detto, dipende da quanto ci mette a fare l'installazione e tutto il resto...

Babbeo - Perchè c'è da andare in tale posto a fare questo lavoro qua

Io - Ho capito, ma non posso dirti vengo a tale ora, non so quanto ci metto

Babbeo - Ma ce la fai a liberarti per questo pomeriggio?

Io - Facciamo una cosa, dimmi tu cosa devo fare, per me problema non ce n'è, devo finire questo o devo venire a fare quell'altro lavoro? Dimmelo tu, a me non cambia nulla, col cliente ci parli tu però

Babbeo - ...


A questo punto se ne è andato coi due colleghi e io ho continuato a fare il lavoro che facevo.
Stamattina, parlando col collega sono venuto a sapere che il babbeo, come suo solito, anzichè dire le cose in faccia come faccio sempre (purtroppo) io, si è lamentato con lui del fatto che ho un caratteraccio, che è stufo del mio atteggiamento e che se non sto attento questo mese lo stipendio decide lui quando darmelo.

Oggi è 13 e lo stipendio l'ho preso adesso, in ritardo come tutti i colleghi, ma lo stipendio me lo da il capo e non lui, e non è lui che decide queste cose, a lui piace tantissimo fare il duro con tutti meno che con gli interessati, mi fa ridere il fatto che con me non è capace di ribattere nemmeno se sono calmo, figuriamoci se un poco mi altero. Il mio atteggiamento, per quanto io non sia esattamente un agnellino, diventa poco trattabile quando trovo persone come lui che mi fanno mille domande a cui ho già risposto.

Farebbe molto prima a dirmi cosa vuole in modo chiaro e conciso, però quando invece le cose chiare le chiedo io allora sono un rompiballe.

Ho un lavoro da finire, vuoi che faccio questo o faccio altro? Io sono un dipendente, dimmi tu cosa vuoi che faccia, sei tu quello che comanda, non io, prendi le decisioni e assumitene le responsabilità.

Sono anni che si va avanti con questa storia, sono diventato intollerante con lui proprio perchè mi sento costantemente preso in giro, mi chiede le cose volendo fare in modo che sia io a deciderle, portandomi secondo lui a fare le cose senza che sia lui a ordinarle. E io non lo faccio, semplicemente perchè io chiedo solo che mi si dica cosa fare, se decido qualcosa da solo è perchè ho già preso impegni con qualche cliente, se l'impegno si disdice è perchè lo ha deciso lui, e lui se ne prende le responsabilità. Non mi sembra poi così difficile, a dire di essere un capo sono bravi tutti, a fare il capo però ci vogliono palle, e il babbeo palle non ne ha.

Ma poi mi chiedo, con chi va a lamentarsi di me? Col mio collega. Lo sa che poi le cose me le dice no? O forse è quello che vuole? Ma che figura ci fa a mandarmi a dire le cose tramite altri? Ha paura di me? Forse, ma penso che abbia solo la consapevolezza, per esperienza, che quando parla con me deve avere argomenti solidi, altrimenti torna a casa con le pive nel sacco. E' troppo abituato a usare paroloni e fare il saccente, e quindi sa che con me non funzionano certe cose perchè io vado sempre al nocciolo del discorso senza girarci attorno.

Gran futuro per l'azienda...
viruslibero
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mercoledì, 30 gennaio 2008, ore 00:33

E' così che ormai sono stato catalogato dal mio collega, si, sempre lui. Dato che tutte le volte che parliamo di qualcosa, qualsiasi argomento, lui ha la soluzione a ogni cosa e io sono quello che invece prova a instillargli dei dubbi sulle sue teorie, sono anche io stato inserito nel suo database con accezione "bastiancontrario".

Si perchè se qualcuno vede le cose in modo differente dal suo deve per forza essere una persona a cui non va bene niente, a cui piace rompere le balle (in effetti mi piace molto, e in effetti con lui spesso lo faccio anche apposta, solo che non se ne accorge...), che deve per forza andare contro. Provando a parlare seriamente, una volta tanto, dato che questa storia all'inizio un pò mi ha irritato, ho provato a fargli capire che non è detto che se io vedo le cose diverse dalle sue sono per forza uno che va contro, abbiamo solo modi differenti di pensare, ho delle persone con cui mi ritrovo in sintonia totale, ho persone con cui basta una sola occhiata per intendersi.

Se fossi un bastiancontrario, seguendo la sua teoria, non andrei d'accordo con nessuno su niente, dato che andrei contro sempre e comunque. Niente da fare, io sono un contro, è così è basta. E questo perchè quando si dibatte di qualcosa io provo sempre a rompere i suoi schemi mentali.

E' brutto da dire, eppure è così, il suo modo di pensare lo conosco, ce l'hanno in molti, e per un periodo ammetto di essere stato così "chiuso" anche io. Lui vive delle sue sole esperienze senza mettere mai in dubbio nulla, tutto ciò che gli accade viene analizzato, schematizzato, catalogato, diventa regola, inserito in un contesto e diventa legge fisica.

Se per caso qualcuno, come me, gli fa notare che per uno stesso avvenimento o uno simile al suo le cose sono andate in modo diverso, questo contravviene allo schema, è un errore, un caso, non può essere preso in considerazione, e a volte viene messo in dubbio quel che dico proprio perchè nel suo schema mentale io sono ormai lo scassaballe, quello che rompe,e che quindi può inventare pur di contravvenire alla regola del suo schema. E' ormai una vita che continua a costruire il suo insieme di regole del "quieto vivere", e arriva a mentire a se stesso, palesemente addirittura, pur di non rompere gli schemi, pur di non contravvenire al sistema.

Un esempio banale: Venerdi prima di Natale, tra colleghi decidiamo di riunirci e cenare tutti insieme in ristorante, consci del fatto che lui alle 18.31 è seduto in macchina per tornare a casa sua (abita fuori città, a mezz'ora di macchina più o meno) ma che una volta l'anno sicuramente lo può fare. Sbagliato, dice di no. Per lui se andiamo a pranzo va bene, ma la sera non se ne parla. Chiedo motivo, ne tira fuori decine, tra cui che non gli va, che prederisce cenare a casa sua, che alla sera è stanco e non ha voglia di tornare tardi, che non gli va di lasciare moglie e figli da soli, che è abituato così.

A nulla serve ogni mio tentativo (gli altri hanno rinunciato in partenza, e dire che sono anche ormai imparentati, uno dei miei colleghi e la segretaria sono padrino e madrina del suo primogenito), nemmeno il chiedergli di portare anche moglie e figli, o ancora di trovare un posto nel suo paese e fare la cena là. Niente, o si fa il pranzo o niente. Allora la mia provocazione: "Quindi ok, noi avevamo deciso per la cena, se proprio non vuoi pazienza, pensavamo che almeno una volta l'anno riuscissi a uscire dalla tua routine quotidiana, ma visto che sbagliavamo noi andiamo a cena e tu non ci sei, che ti devo dire?". Risposta: "Non posso dire che mi fa piacere, se facevate il pranzo era meglio, almeno c'ero anche io, ma se volete fare così pazienza".

Insomma, lui vorrebbe stare con noi, ma non in orari che siano diversi dai soliti. Inutile spiegargli che volevamo fare la cena per mangiare e divertirci in tutta calma per non dover correre poi nuovamente a lavoro alle 15.00. Niente da fare. Alla fine abbiamo fatto il pranzo. Possibile che una persona non riesca a uscire da un suo schema in questo modo? Io un sospetto ce l'ho, io penso di sapere quale sia il motivo, ma voglio rimanere cattivo solo pensandolo. D'altronde sono un bastiancontrario...
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