Ieri non l'ho fatto, nonostante mi si aspettasse, ma sono contento così, la priorità delle cose ha ormai una certa valenza, quella istintiva. Rinunciare oggi invece mi ha fatto male. Non ho fatto quello che volevo fare e me ne sono andato, anche se qualcosa mi urlava dentro dicendomi di no. Perché sapevo già che parole sincere non sarebbero bastate a dare tranquillità, come sapevo che essere via non lo sarebbe stato solo per me.
E infatti quel canale era collegato, come sempre d'altronde, e i pensieri si sono scontrati, e le sensazioni attorcigliate, e la comunicazione è partita in modo univoco e contemporaneo. Ma non è bastato a dare tranquillità, a darmi quello che tanto cerco e che tanto mi scalda l'anima. Il sedile di fianco al mio non era occupato, anche se in realtà qualcosa c'era, qualcosa di freddo, di buio.
Era il vuoto, quel vuoto lasciato ogni volta che ci si pensa, ci si "sente". E quel vuoto cercavo di prenderlo per mano e scaldarlo, ma sapevo bene che non era possibile. Eppure in quel buio illuminato a giorno il mio animo ha vagato, seppure per poco, e ci ha sperato, tanto. Ma avrei vagato solitario alla ricerca del mio essere completo, e sarei tornato comunque come ero arrivato.
E invece ho rinunciato e sono scappato, e sapevo che non dovevo farlo, perché ora aspetto di ritrovare le tracce di me stesso mentre ritorno sui miei passi invisibili, e so bene che quando cambio strada le fasi lunari possono cambiare, a volte infatti mi ritrovo senza quella luce che un piccolo spicchio di luna non riesce a darmi come quando invece è piena e luminosa.
Spero nel domani, spero in parole che ridiano speranza e in persone che scaldino l'anima, così che di riflesso io abbia luce abbastanza per ritrovare il sentiero che ora seguo a tastoni nel buio che mi avvolge.
