mercoledì, 31 gennaio 2007, ore 23:11

La lettura è diventata una piacevole passione per me, passo da un libro all’altro, preferendo comunque i gialli o quelli d’avventura. Non ricordo nemmeno più con quale abbia cominciato, attualmente ne ho letti diversi, passando da Wilbur Smith a Clive Cussler, da Jeffrey Deaver a Dan Brown, da Stephen King a Giorgio Faletti. Questi sono i miei autori preferiti attualmente, ma leggo di tutto un pò. Ero rimasto a corto, tutti quelli che ho a casa mi erano già passati sottomano, così mi sono messo a leggere prima “Il cacciatore di aquiloni”, veramente bello, che mi ha portato a lacrimare come descritto qualche post fa,  e ora ho appena finito Zanna Bianca (la mia passione per il lupi non poteva portarmi altrove) che, tanto per cambiare in alcune parti mi ha commosso, e la cosa comincia a diventare routine. Ora sto leggendo un libro premiato giusto poco tempo fa, “La vedova scalza” di Salvatore Niffoi. E ho già pronto “Oro Blu” di Clive Cussler mentre giusto ieri ho ordinato l’ultimo di Giorgio Faletti e l’ultimo di Stephen King.

 

Se qualche anno fa mi avessero detto di darmi alla lettura avrei riso, l’unica cosa che davvero mi piaceva leggere erano le riviste sportive e i fumetti di Zagor, ora invece mi piacciono molto i libri, mi appassiona il seguire le storie, e a volte mi ritrovo a estraniarmi da tutto e riuscire a entrare nella storia e viverla, sentirla, toccarla come se ci fossi dentro.

 

Non sono un ricercatore di trame o quello che cerca di scoprire l’ultimo talento della scrittura, vado a naso nella ricerca di libri, e spesso mi soffermo soprattutto su autori che magari già conosco. Solitamente, come detto, cerco storie avventurose o investigative, ma mi attirano molto anche quei romanzi che si rifanno alla storia o quelle storie che provano a dare visioni diverse della mitologia e delle credenze popolari, mi è piaciuto molto anche l’esperimento de “Il codice da Vinci” di Dan Brown, che nonostante tutto il clamore anticlericale sollevato è un bel racconto che da voglia di documentarsi meglio riguardo la religione, a prescindere che si sia credenti o meno.

 

La mia vera malattia però sono i lupi, tutto ciò che con titolo o storie o foto ne parli lo addocchio subito e lo compro. L’altra settimana ho trovato un libro dove una coppia di coniugi ha vissuto sei anni nei boschi canadesi a contatto con un branco di lupi, documentando con foto e racconti tutto quello che hanno vissuto. Bene, costava 30 euro ma l’ho comprato lo stesso, non ho resistito, è là che aspetta che lo prenda in mano per leggerlo.

 

Chiunque abbia suggerimenti da darmi sulla lettura è ovviamente incaricato di darmi le sue dritte

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martedì, 30 gennaio 2007, ore 23:29

Si riesce a giudicare, a capire, a conoscere una persona esclusivamente da quel che scrive, magari solo da quel che ci trasmette tramite una tastiera, sia essa di un computer o di un telefonino? Dall’altra parte può esserci una persona finta, una persona che non è quella che in effetti scrive, o magari che scrive fingendo di essere chi non è. Eppure a volte riescono a nascere rapporti d’amicizia anche solo tramite le parole, e si riesce ad avere e a dare fiducia senza essersi mai visti di persona. E’ quello che mi sta succedendo, e nonostante le mie perplessità su questo mondo bellissimo che è internet riesco a ricevere amicizia e fiducia solo per quel che si legge di me, non solo qua sul blog, certo, ma pur sempre solo tramite parole, senza dare a queste un tono, un’anima, un fremito o un accento serioso, solo con pure e semplici parole. Il rapporto dura ormai anni, e ricevere ogni volta apprezzamenti, stima, fiducia senza averli minimamente cercati mi rende felice quanto perplesso, come se non riesca ancora a rendermi conto della bellezza e della pericolosità di questa situazione. Forse pericolosità è una parola grossa, però mi chiedo quanto possa trasparire di me veramente solo tramite quello che scrivo.

Bellissime e maledette, le parole scritte sono questo, a seconda dell’uso che se ne fa, sono inquietanti nella loro bellezza, e bellissime nella loro pericolosità. Ma forse il bello sta qua.

 

Trovare qualcuno che riesce a leggere nelle parole quel che c’è oltre una tastiera è fantastico.

 

Trovare qualcuno che riesce a trasmettere solo con le parole, senza tono né cadenza, quello che davvero c’è prima della tastiera forse è altrettanto fantastico.

 

E forse stavolta è successo davvero, e non si parla d’amore, non si parla d’odio, non si parla di amicizia, non ancora almeno, ma di stima reciproca, libera e incondizionata. Non so, ma a me continua a fare impressione una cosa simile, una bella impressione, certo, ma riesce a stupirmi ogni volta di più.

 

E’ il bello di quello che mi succede è proprio questo, perché ottenere una cosa simile senza averla minimamente cercata mi appaga, mi rende felice, mi conferma una volta di più che il signor nessuno,in fondo, è davvero qualcuno, perché in qualche modo e in qualche tempo trovo sempre chi riesce a vedere quel che sono, anche senza parlare faccia a faccia, e ovviamente la cosa è reciproca, pur nell’inquietudine che questo fatto provoca nel mio animo.

 

E mi chiedo se questa cosa riguarda solo me o anche altre persone, non credo di essere l’unico ad avere rapporti che diventano anche intimi con persone che stanno dietro ad un monitor, ma mi chiedo se una tale fiducia possa avvero concretizzarsi senza prima essersi almeno una volta visti dal vivo, parlati, scambiati sguardi, appreso a pelle emozioni e sensazioni. Eppure succede, e ne sono contento.

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domenica, 28 gennaio 2007, ore 19:00

Da piccolo avevo il difetto di essere una minaccia all’equilibrio psicofisico dei miei genitori che per un bel po’ non hanno capito come potermi far smettere di piangere una volta che iniziavo. Poi alla fine la soluzione la si è trovata nel portarmi a fare un giro in auto, il dondolio era certo meglio del cullarmi tra le braccia. Difetto da una parte, dote dall’altra.

 

Iperattività incontrollabile, non c’era verso di star fermo, ho combinato disastri e creato preoccupazioni a non finire già da quando gattonavo, riuscivo a uscire dalle sbarre della culla che infatti sono state tolte per farmi meno male quando cadevo a terra. Nel box non se ne dica niente, riuscivo ad arrampicarmi e saltar giù prima che ancora camminassi, alla fine si è preferito lasciarmi libero di gattonare nel pavimento. Ho avuto la brillante idea di provare emozioni facendo una rampata di scale con il girello appena ho visto la porta di casa aperta, il mezzo di locomozione non era proprio adatto ma l’impresa è riuscita alla perfezione, a parte il rumore provocato e lo spavento dei miei, che però mi hanno trovato che ridevo da matti (proprio da matti n.d.r.) nel pianerottolo più sotto.

 

Se torniamo ai tempi della scuola materna, ero un po’ scarso nei rapporti con gli altri bambini, ero invidiato dai compagnetti perché magari piacevo alle bambine, ero una rottura per le insegnanti che non riuscivano a farmi mangiare le verdure ma soprattutto ero una minaccia per le coronarie del personale, prova ne sia la mia “fuga” dall’edificio per scappare verso casa, con corsa a perdifiato giù per le scale inseguito dall’insegnante e occhio clinico nell’attraversare la strada sulle strisce dopo aver guardato che non ci fossero auto da ambo le parti. Purtroppo la legge della compensazione non mi ha dato la possibilità di calcolare che le urla dell’insegnante attirassero verso me il netturbino di turno che mi ha acchiappato al volo e riconsegnato tra le braccia della poveretta che me ne ha dette e urlate tante da ricordarmele ancora oggi. Però dai, per un bimbo leggermente vivace dell’età di quattro anni magari non era male… Ah, ero bravissimo in disegno, per compensare.

 

Alle elementari ho continuato a essere bravo in disegno, mi sono reso conto di essere bravino in matematica, di aver voglia di studiare. In compenso ero sempre chiuso, sempre scontroso, sempre acido con i compagni, solo con qualcuno ho legato e siamo amici ancora oggi dopo 23 anni (minchia 23 anni, sono vecchio eh?). Però da piccolo ero carino, alle bambine piacevo parecchio, scambiavo letterine con una che abitava vicino casa, che dolce che ero, peccato che poi abbia scoperto il calcio e mi sia completamente dimenticato di lei, ma vabbè… Pregio e difetto.

 

Le scuole medie, periodo strano. Sempre scontroso con i compagni quanto ingenuo. Una ragazza che ho rincontrato poco tempo fa ( e che tra l’altro è anche molto carina e che mi è sempre piaciuta perché simile a me quanto a carattere) mi ha detto che i primi giorni ero stato messo nel banco con lei, e che si ricorda chiaramente del fatto che durante un compito in classe mi sono accorto che copiasse da un quaderno sotto il banco e che sono letteralmente inorridito, come se la mia mente non contemplasse una cosa simile. Eh, ne avevo da vedere di cose. Bravino in alcune materie pratiche o comunque logiche (matematica, tecnica, disegno) quanto svogliato in quelle puramente da apprendere per cultura (lettere, storia, geografia). Trovato il gruppetto di amici “per la pelle” abbiamo inventato il giornaletto di classe per dirne di tutto e di tutti, chiunque fosse, titolo “L’Indietro”, tutto un programma.

 

Alle scuole superiori c’è stato il mio periodo buio. Scontrosissimo, socializzazione zero, il primo anno proprio tragico, ma anche la classe era da urlo. In seconda ho cominciato a capire certi meccanismi per evitare problemi, ma nonostante li aggirassi i rapporti tra compagni erano sempre tesi. I miei silenzi venivano interpretati come se io fossi un fessacchiotto, ma alle prese in giro reagivo malamente, e nonostante vedessero che carattere ce n’era, si approfittavano comunque del mio nervosismo, e quindi spesso si arrivava a discussioni anche serie. Alle mai però non ci sono mai arrivato, o quasi :-D. Rapporti con ragazze? No, solo amicizie, il mio amore era il calcio, lo sport, il movimento, non avevo testa per le donne, non mi interessavano, molte amiche ma niente amori. Certo anche la mia timidezza ha dato il suo contributo. Rendimento scolastico: passavo dai buonissimi voti delle materie che mi piacevano come elettronica, disegno tecnico o religione (qualcuno non ci crederà ma ero bravissimo i primi anni, quando un professore intavolava discussioni in cui ci fosse da capire e discutere, poi è arrivato un mezzo prete a dirmi cosa fosse giusto e cosa no e ho declinato l’ora di religione per fare altro) a voti abbastanza scarsi di altre materie. Nel complesso erano buoni, ma mai eccellenti. Tra l’altro non mi è mai piaciuto studiare italiano e lettere perché non mi piaceva leggere  e perché da me si pretendeva che studiassi testi di autori classici ma anche i commenti di chi aveva scritto il libro, e siccome non mi andava di studiare cose scritte da altri riuscivo a dare la sufficienza ma non sempre ci arrivavo. Però nei compiti scritti di italiano mi rifacevo delle mancanze dell’orale, pur non parlando mai di temi trattati nell’anno scolastico, dedicandomi a fatti di attualità o temi personali.

 

Sono stato amico per tre anni del genietto della classe, il solito con la faccia da bravo ragazzo di cui ho vissuto all’ombra per qualche tempo. All’inizio pensavo di andar bene a scuola perché essendo suo amico i professori pensavano che anche io fossi bravo. In quarta superiore ai miei viene proposto di farmi fare un corso di informatica a prezzi per il periodo vantaggiosi, chiedono il mio parere e accettano. Nel mentre che la sera andavo a questo corso il mio “amico” chiedeva sempre cosa avessi fatto, cosa avessi imparato e se potesse vedere il mio quaderno degli appunti che comunque lasciavo a casa etc. A me sinceramente non andava di parlare di quello che facevo, anche perché i miei pagavano per una cosa del genere, ma non è che gli nascondessi le cose, è solo che non vedevo importanza nello spiegargli cosa facessi, anche perché il primo periodo facevamo cose che in gran parte già sapevo per averle imparate per conto mio e che sapeva anche lui. Dopo qualche tempo l’”amico” è diventato un po’ scontroso, un po’ acido, e non ne riuscivo a capire il motivo, gli chiedevo se avessi fatto qualcosa che non andava, risposte zero, tutto andava bene ma il rapporto cominciava a incrinarsi. Finchè un giorno, da una discussione nata per qualcosa di veramente futile mi ha rinfacciato di non avergli più detto nulla del corso che stavo facendo, nonostante gli avessi promesso di tenerlo informato! Promesso cosa? Ma tu sei fuori di melone! Al mio rispondere che non gli dovevo nulla e che le cose che stavo imparando i miei le pagavano con il loro lavoro si gira e se ne va… Boh, sempre più perplesso rimaniamo qualche giorno senza parlarci, poi torna, mi chiede di far pace, faccio pace ma lui ha ormai rotto qualcosa.

 

Assemblea in palestra, un po’ di casino, io sono seduto e lui in piedi dietro me rompe un po’ e mi da colpetti, spintarelle, mi tira le orecchie. Gli dico di non rompere tranquillamente. Poi glielo dico un po’ più serio, poi mi rompo davvero e gli dico che se continua se ne pente. Altro colpetto all’orecchio. In automatico, senza pensare, parte una gomitata che lo colpisce al petto, lo fa traballare e lo spinge all’indietro. Mi dice che gli ho fatto male. Risposta: “Eri stato avvisato”. Alla fine mi aspetta fuori, mi dice che ho esagerato e mi tira un pugno in faccia, stordito più dal gesto che dal dolore lo acchiappo e lo butto a terra mentre cerca di darmi altri colpi, gli chiedo se vuole smetterla altrimenti lo strozzo. Lo lascio andare e se ne va. Rapporto finito.

 

Il primo periodo mi rendo un po’ conto di aver provato ad assomigliargli, perché lui parlava pulito, senza parolacce, senza offese, calmo calmo, proprio da bravo ragazzo. E allora cerco di fare l’esatto opposto, e quando mi accorgevo di dire una frase senza almeno una parolaccia ce la aggiungevo gratuitamente, anche se magari non ci appiccicava per niente. Dura solo qualche settimana.

 

Poi inizio a pensare e mi dico: prima mi condizionava in un modo, ora mi condiziona nell’altro. Che idiota che sono. A quel punto quel ragazzo che si era fatto condizionare è morto. Mi rendo conto che quell’amicizia alla fine durava solo perché io gli servivo, perché vedeva che certe cose le sapevo fare anche io ma lui riusciva a farle sembrare sue, come alcuni compiti che gli feci perchè magari era malato dove, udite udite, ha preso un voto più alto del mio. Da ridere. Da allora ho visto che anche facendo i compito da solo non ci mettevo molto a ottenere gli stessi risultati che otteneva lui, e mi dico cazzarola, il genietto della scuola era tutto qua? Mi sono impegnato per un periodo, tanto per dimostrare a me stesso se veramente fosse tutto questo non so che. Quando ho appurato che certi risultati erano anche alla mia portata, a volte prendendo voti superiori ai suoi, sbagliando mi sono detto che avevo dimostrato quello che c’era da dimostrare, e ho iniziato a godermi la scuola per quello che era, senza dover per forza far bella figura davanti al mondo.

 

E sono nato io, che penso e faccio a modo mio, senza condizionamenti e senza suggerimenti, quello che si mette dubbi su dubbi ma che alla fine agisce di testa sua, fa quel che vuole senza curarsi minimamente di quello che pensa la gente che gli sta attorno, con un suo cervello e un suo pensiero, distorto e sbagliato forse, ma sempre e solo il suo. Posso tranquillamente dire che questo è stato un episodio che mi ha segnato, non so se in bene o in male, ma mi ha cambiato.

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sabato, 27 gennaio 2007, ore 20:53

Spesso penso, brutto vizio si direbbe, eppure si, spesso, anzi, troppo spesso lo faccio. E sempre più spesso penso a me, perché di solito il mio pensiero va ad altro, ad altri, a tutti e nessuno, tranne che a me. A volte però mi capita di pensare a me, a cosa sono, a cosa penso di essere, a cosa vorrei essere. E mi capita di farlo in terza persona, guardo me dal di fuori di me. Quello che vedo non so se mi piaccia o meno, ci sono cose che mi vanno e altre no, come per tutti credo. Vedo una persona molto timida, generalmente solitaria, silenziosa, apparentemente asociale e distratta, come se niente e nessuno la riguardasse, come se quel che gli si dice gli desse quasi fastidio, una persona che raramente guarda negli occhi chi le parla, che spesso mentre si parla sembra che si inalberi, che sia il solito bastiancontrario contro tutto sempre e comunque, che se la prende sempre per niente, l’incoerenza fatta persona, colui con cui è impossibile discutere perché non ti capisce, che vive in un mondo a se, molto impersonale, quasi, si quasi un signor nessuno. Questa si può dire che è la definizione della mia vita per molti di quelli che sanno chi sono ma non mi conoscono. Signor nessuno.

 

Non so se si possa aver presente una persona che dà l’impressione che nella sua vita non abbia combinato niente, non abbia raggiunto risultati, non sia capace, non sia intelligente, non sia mai all’altezza di nulla. sono io. Sono io

 

Questo è quello che di me spesso si vede dal di fuori, e me ne rendo conto. Il problema fondamentale mio è che non mi importa nulla di quel che si pensa di me, e non mi va nemmeno di stare a perder tempo a far cambiare opinione alle persone.

 

Eppure mi rendo conto di avere anche un po’ di cervello, di avere emozioni, di avere principi solidi su cui baso il mio pensiero, ma anche di avere un caratteraccio, di non esser bravo a discutere e spesso rimanere zitto ad ascoltare, magari farfugliare qualche si o qualche forse qua e là e quindi di dare modo all’interlocutore di non avere idee, di non essere informato su niente, di essere una nullità.

 

Però poi chi mi frequenta più di qualche volta, chi magari mi dà modo di prendere confidenza, chi riesce a mettermi a mio agio e darmi modo di esprimere quel poco di me stesso che do a vedere poi viene a dirmi cose tipo “Ma sai che non ti facevo così?”, “Ti devo confessare una cosa, mi sono ricreduto su di te, ti facevo un asociale”, “Bello parlare con te, mi piace, anche troppo”, “Lo sai? Sei uno che parla poco ma quando lo fa dosa bene quel che dice…”, spesso anche “Ma tu come sai queste cose? Sei del ramo?” e tante altre che non sto a ripetere ma che ovviamente mi danno soddisfazione, non tanto personale perché, come detto, non mi importa di quel che si pensa di me, quanto perché ho dato modo a qualcuno di accorgersi di aver mal giudicato. Quando voglio fare il cattivo rispondo cose tipo “Mai fermarsi alle apparenze” mettendo in imbarazzo chi poi si trova a dover ammettere che aveva sbagliato opinione, ma lo faccio raramente e perlopiù con chi credo meriti di doverci pensar su, ma la maggior parte delle volte continuo a starmene zitto e annuire.

 

Già, il signor nessuno alla fine non è proprio un nessuno, ma forse a me piace così, un po’ godo nel mio essere nessuno, perché alla fine, in un modo nell’altro, e soprattutto senza minimamente cercare di farlo, l’opinione su di me cambia. A volte cambia in peggio, a volte mi si vede nel verso buono, introverso ma gentile, per poi sfociare nel mio essere duro e ligio in cose che credo e a cui tengo e far pensare ch’io sia solo un rompiballe, un iracondo, un bastiancontrario. Mi è stato detto spesso anche questo, e per qualcuno lo sono e basta, e lascio che si continui a crederlo, in fondo a me cosa ne viene da tutto questo? Niente, sono un signor nessuno, perché dovrebbe importarmene?

 

Poi però vedo che le persone che per me sono importanti pensano altre cose della mia persona, me le dicono, me le scrivono, me le trasmettono, e sono cose che anche se credo non siano grandi come mi vogliono far credere, sono comunque cose belle, cose sincere, ma cosa più importante sono vere. Perché alla fine per me quel che conta è essere accettato per quel che sono. E allora smetto di essere un signor nessuno e comincio a contare qualcosa, e anche se queste persone si contano in una mano, bastano e avanzano per sapere che anche io sono importante, anche io sono qualcuno, anche io ci sono, e preferisco essere quel che sono per poche persone che fingere di essere quel che non sono per molti.

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lunedì, 22 gennaio 2007, ore 21:20

Sono sulla mia tavola lasciata in mare da chissà quale relitto. Ci sto sdraiato sotto il sole e mi faccio trasportare dalla corrente, ma sono ancora vicino allo scoglio da dove sono andato via. Vedo ancora bene quello che succede là in fondo. C'è stato qualche giorno in cui la nebbia aveva invaso la baia e non si vedeva un accidente, ma ora è tornato il sole e anche la notte c'è abbastanza luna da permettermi di intravedere vagamente l'andamento delle cose. Il mare di là lo vedo molto agitato, l'essere nero sembra essersi ingrandito parecchio, anche da dove sono io lo vedo spiccare sopra le pur altissime onde che egli stesso guida. La cosa ormai non mi dovrebbe toccare più, ma la sirena è sempre più succube dell'essere, riesco a intravedere il suo stato d'animo, è triste, preoccupata, incerta, apatica.

Mi chiedo se la colpa non sia proprio la mia, dovuta la fatto che sono rimasto invisibile per qualche giorno a causa di quella nebbia. Non ho risposte a questo ma il dubbio mi viene. Mi viene perchè forse ancora conto qualcosa per lei, forse ha bisogno che le stia vicino nonostante non possa starle esattamente accanto perchè il veleno che avevo dentro me l'ha resa vulnerabile al mio tocco, però la mia aura riesce forse a darle quell'energia necessaria per essere forte, per dominare l'essere.

E sia.

Se questo deve essere, allora meglio nuotare e cercare di prendere terra, rimarrò qua intorno per darle quello che posso. Non posso ancora andar via, anche se non posso nemmeno avvicinarmi. Mi sento un pò come il lupo di Lady Hawk (chi ha visto il film con Rutger Hawer? Si scrive così poi? Non ricordo, comunque quello in cui lei di giorno era un corvo e lui un uomo e al calar del sole lei tornava donna e lui diventava lupo...), non posso starle accanto ma nemmeno andarmene, devo difenderla dall'essere nero che si è ingrandito. Anche se difenderla è una parola grossa, devo solo stare qua intorno, darle forza, darle sicurezza, quella che evidentemente non ha, che ancora non riesce ad avere dal tizio sulla barca e che nemmeno io sono riuscito a darle come avrei dovuto, un pò sono riuscito, siamo riusciti, ma ora la situazione è un pò peggiorata e bisogna combattere, lei sa che deve reagire e spero che la mia aura serva a dare ancora maggior apporto a questa battaglia.

E' strano, tutta la vita ho sempre identificato in tutto quel che mi succedeva attorno dei traguardi, dei problemi da risolvere, dei codici da decifrare, eppure a volte mi trovo a cercare una logica dove questa non esiste, ora che ci penso, l'irrazionalità dell'amore di cui qualcuno mi ha parlato ho cercato, sbagliando, di affrontarla logicamente, razionalmente, e mi rendo conto che non si può cercare di fare una cosa del genere perchè è un nonsenso. Come provare a indovinare quante stelle ci sono in cielo: per quanto ci si possa mettere a contare sappiamo bene che la terra gira e non si farà mai in tempo a contare quelle stelle che poco a poco spariscono all'orizzonte, e quando verrà la luce del giorno non vedremo mai quelle stelle nascoste dal blu dell'atmosfera, non solo, ma anche potendolo fare il cielo continuerà e continuerà nascondendo dietro ogni stella che avremo contato un altro cielo con altrettante stelle. Pazzesco contarle, come è pazzesco trovare soluzioni che non esistono.

L'unico modo è aprirsi, aprire l'anima e lasciarla andare, quello che io non ho fatto, che magari sta succedendo ora che non ha senso farlo.

L'irrazionalità dell'amore.

Essere nero, avrai comunque il tuo bel daffare vedrai, è una promessa.

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domenica, 21 gennaio 2007, ore 15:22

Vi siete mai ritrovati mentre leggete un libro a sentire sulle guance lo scorrere lento e caldo delle lacrime? Questo ultimo periodo pensavo ormai di aver superato la fase di sensibilità che credevo non appartenermi, e invece è ancora là sotto quelle poche foglie secche come qualcuno mi aveva giustamente detto, pronto a saltar fuori alla prima occasione. Proprio poco fa, mentre mia madre dormicchiava sul divano e io leggevo per non guardare quegli insulti di programmi che danno la domenica pomeriggio mi sono ritrovato a lacrimare nel leggere un libro e a sentir salire dal petto un singhiozzo subito soffocato per evitare che mia madre si accorgesse di quello che stava accadendo.

 

Ma sono veramente io? Ma ho davvero tutto questo dentro di me? Ma dove è stato fino a oggi? Perché finora è rimasto nascosto nei meandri del mio essere senza darmi modo di capire quanto grande e bello fosse emozionarsi in questo modo?

 

Forse è solo che la vita a volte ti fa capire cosa hai sbagliato, dove hai sbagliato, e a volte mi vien da pensare che certi scatti d’ira o certe prese di posizione fossero evidentemente dovute a un eccesso di difesa per non mostrare cosa veramente ero, infatti mi pentivo subito di certe mie azioni, il problema è che certe cose e certe parole non puoi cancellarle una volta fatte o dette, e rimangono sempre nella memoria di chi magari le subisce e non capisce che tutto erano tranne quello che sembravano.

 

Forse certe cose in futuro non capiteranno più, forse si, per saperlo dovrò rileggere queste cose col senno di poi, e allora saprò se sto dicendo fesserie oppure un fondo di verità esiste in quello che provo ora. Intanto sono contento di essere smentito da me stesso, questo cuore è ben vivo e si fa sentire, e posso dire che non me ne dispiace affatto.

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venerdì, 19 gennaio 2007, ore 23:23

Certo che le difese hanno fatto bene il loro lavoro! E’ passata la fase sensibilità, è passata la fase emotività, è passata la fase fragilità. E non so se sia una bella cosa oppure no. Mi commuovevo facilmente, a volte lacrimavo, certo piangere per me è una cosa grossa, ma emozionarmi nell’ultimo periodo era la regola, per qualsiasi cosa, anche una scena d’amore in un film.

 

Ora niente, le emozioni ci sono sempre, è ovvio, ma sono dentro, le sento che si agitano e si dibattono, ma le difese hanno lavorato e ormai dall’esterno non si vede più niente, giusto qualche volta gli occhi si inumidiscono e luccicano, ma bisogna proprio starci attenti, e io non permetto nemmeno che si veda. E me ne dispiace, in fondo mi piaceva essere vero, essere emotivo, non che ora non lo sia, ma la mente lavora per alleviare, per lenire, per evitare che il cuore torni ad agitarsi e a soffrire.

 

Ma il cuore non è mica stupido e lo sento, questi giorni in cui il cervello ha lavorato in qualche modo bisogna che una valvola di sfogo ci sia, e infatti ho il cuore in perenne palpitazione, batte come un martello, pulsa e pompa come se cercasse di far sentire anche a chi ho attorno che l’apparente tranquillità è una stronzata. Però sto bene, sento che sono tranquillo, e prima o poi l’organismo si abituerà alla situazione e tornerà a funzionare in modo naturale. Almeno fino al prossimo evento che sarà degno di emozione.

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giovedì, 18 gennaio 2007, ore 14:15

Ciao cucciolotta,

Sicuramente ti sembrerà strano ricevere una lettera qua, davanti a tutti, ma in fondo pochi sanno chi sono e ancor meno sanno chi sei tu.

Sai bene che a parole non sono bravo, anzi non ci so proprio fare, per cui ti scrivo. Ho avuto modo di pensare un pò per conto mio questi giorni, valutare le cose, stare con me stesso. Alla fine ho visto che mi stavo solo deprimendo troppo, e che non serve proprio a niente, e siccome sai che quando una cosa diventa inutile io me la scrollo di dosso, ho fatto proprio questo. Non mi va di stare a pensare a cosa ho sbagliato, a cosa abbiamo sbagliato, a cosa poteva essere e a cosa potrebbe essere in futuro. E' andata così, questa cosa mi fa male ma non c'è soluzione, per cui basta. Abbiamo un bellissimo rapporto, una bellissima confidenza, non può essere altro come avrei voluto, per cui lasciamo le cose come stanno. I miei dubbi me li tengo nella speranza di essere smentito dai fatti, ma nel mentre vivi la tua vita e io cercherò di vivere la mia. Sarebbe brutto buttar via una cosa così bella, l'ho capito e ne prendo atto.

Ti faccio i miei migliori auguri, tu falli a me per il futuro.

Bacio bacio

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giovedì, 18 gennaio 2007, ore 00:55

Notte buia. Mi aggiro solo in questi meandri scuri in cui non esistono ombre ma lievissimi riflessi luminescenti che non riescono a dare forma alle cose che mi stanno attorno. Cammino, cammino cautamente, a tentoni, stando attento a qualsiasi cosa sento sotto i piedi o tocco davanti a me, perchè non vedo e non sento, non riesco a distinguere niente e non riesco a capire cosa mi circonda. Se chiudo gli occhi magari le cose vengono facilitate dal fatto che non confondo vista con tatto e udito. Perchè non si vede niente e non si sente niente, e se chiudo gli occhi e mi concentro su cosa posso toccare riesco a identificare meglio che non cercando di servirmi di un senso che non posso utilizzare, fermo restando il silenzio che mi avvolge e mi culla è appunto silenzio, quindi il niete uditivo. E intanto vado avanti, capisco meglio cosa tocco, riesco a percepire meglio quello che mi circonda e prendo atto che quello che mi sta attorno non è il niente, ma qualcosa che non distinguo, che non capisco perchè cerco di vederlo senza poterlo fare, quindi usando altri sensi che non siano uno solo mi fanno capire che vedere le cose in un solo modo non vuol dire apprezzarle per quello che possono essere in altro modo.

Ora capisco meglio, le cose vanno viste anche in angolazioni o comunque in modi diversi da quelli "standard", e vanno apprezzate per quello che sono anche in modo diverso, non così oppure niente. Si, ecco, il silenzio e il buio di questi giorni cominciano a farmi capire meglio, l'immersione fino al fondo di questo ultimo periodo, come già avevo previsto tempo fa, ha dato i suoi frutti, ha dato i risultati sperati, mi ha fatto apprezzare meglio le cose, e poco importa se alla fine non sono come avrei voluto fossero, sono belle ugualmente e appaganti lo stesso.

Torniamo in superficie ora, e proviamo un altro sentiero apprezzando la strada finora fatta senza denigrarla, i suoi ostacoli, i suoi rovi, fossi e tranelli serviranno per il futuro a camminare meglio e procedere più spediti. Il cammino è lungo, ma ora sembra meno irto di rallentamenti. Andiamo avanti e speriamo in qualcosa di buono...

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martedì, 16 gennaio 2007, ore 08:57

Quando hai qualcosa per cui o con cui combattere hai un obiettivo, un fine, un traguardo da raggiungere. Io ne avevo uno, ma valeva per mille.

Non ce l'ho più.

E non perchè l'ho raggiunto. Ho corso fino allo sfinimento, ho cavalcato fino a rischiare di uccidere il mio cavallo, ho saltato, scalato, nuotato, ma quel traguardo non si avvicinava mai, e quando pensavo di essere vicino mi accorgevo di sbagliare, di aver valutato male le distanze, sembrava la pentola ricolma d'oro che cerchiamo dove inizia un arcobaleno, irraggiungibile. Eppure sono sicuro di esserci stato vicino, di aver avuto la possibilità di arrivarci, ma non ho capito quando era possibile farlo, forse ero troppo stanco, forse non ero in grado di capire, di comprenderne il vero valore, e solo ora che me ne rendo conto capisco di averlo ormai perduto.

E ora non ho traguardi da raggiungere, non ho obiettivi, non ho un qualcosa da cercare. Cercarne uno sembrerebbe volersi trovare qualcosa da fare per non star fermi a pensare, devo pensare ad andare avanti finchè qualcosa attirerà la mia attenzione, finchè ci sarà qualcosa che potrà darmi motivo di esistere, di lottare, di continuare, di correre per esso.

Ne ho diversi, in verità, tutti validi e tutti appaganti, ma il ricordo ancora non mi lascia stare, ed è difficile trovare qualcosa che riesca a compensare quella felicità che ho perso. Ma continuerò ad andare, perchè so che è inutile star fermi ad aspettare qualcosa che magari non succederà mai, è come trovarsi su uno scoglio a guardare...

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categoria : pensieri personali, metafore